Riforma Boschi, ecco perché votare sì

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«Riforma Boschi, ecco perché votare sì»

Claudio Rizzato 26 maggio 2016
costituzione

Il mio sì convinto alle riforme costituzionali è tutto nel merito e non è condizionato dall’affermazione di Renzi che in caso di vittoria del no lascerebbe la politica, anche se gli va dato atto di prendersi la responsabilità di una eventuale bocciatura, diversamente da quei politici che non hanno mai tratto le conseguenze dal fallimento dei loro progetti e sono ancora lì ad ostacolare chi invece riesce a concretizzarli.

Da almeno trent’anni varie Commissioni, Bicamerali o Bicameraline, provano a riformare la Costituzione; l’unica riforma ampia, sempre della seconda parte, che ha ottenuto la conferma con il voto popolare è stata quella del 2001 approvata dal Centrosinistra con 5 voti di scarto. La riforma attuale è stata approvata con le procedure previste dalla Costituzione vigente (art. 138) e potrà essere nuovamente modificata con le stesse procedure e le stesse garanzie. In media le maggioranze che hanno votato a favore non sono mai state al di sotto del 57-58% (la prima lettura fu votata anche da FI). Siamo chiamati a pronunciarci con il voto su una riforma che riguarda la seconda parte della Costituzione mentre la prima parte, che ha fatto dire a molti che la nostra è la Costituzione più bella del mondo, non viene toccata. Invece va sottolineato che la legge sulle unioni civili, recentemente approvata dal Parlamento, ha avviato l’attuazione della prima parte della Costituzione (artt. 2 e 3).

La riforma dunque riguarda soprattutto il Parlamento e il procedimento legislativo. I costituenti di allora si posero il problema del tipo di Parlamento e scelsero il sistema bicamerale perfetto. La D era per la Camera politica e la Camera delle Autonomie, il Pci per una sola Camera politica per il fatto che non riteneva divisibile la rappresentanza politica. I socialisti non erano d’accordo né con il Pci né con la Dc. La soluzione nacque da un compromesso come è chiaro. Oggi a 70 anni da allora sono maturi i tempi per superare il bicameralismo perfetto, per semplificare il procedimento legislativo e assegnare solo alla Camera il compito di dare la fiducia al governo. Siamo e restiamo una Repubblica parlamentare nella quale il Presidente del Consiglio non è “eletto” ma “nominato” dal Parlamento.

A proposito di fiducia, la riforma crea una corsia privilegiata ai provvedimenti del governo cosicché sarà chiaro, in un sistema bipolare, la responsabilità di chi governa e quella dell’opposizione. Inoltre con la corsia “privilegiata” per i provvedimenti dell’esecutivo, sarà fortemente ridotto il ricorso allistituto della fiducia sui provvedimenti del medesimo. L’Italia superando il bicameralismo perfetto si allinea ai Paesi Europei in nessuno dei quali esso esiste.

Con la nascita del Senato delle Regioni e delle Autonomie si dà attuazione all’impronta regionalista del nostro ordinamento, cioè si realizza la Costituzione. Eperfetto, il nuovo Senato? No: avrei preferito il modello Bundesrat della Germania, cioè la loro Camera delle autonomie nella quale sono rappresentati i Lander con i loro Presidenti che ne fanno parte di diritto. Ma è importante aver previsto in modo chiaro rispetto alla riforma del 2001 le competenze dello Stato e quelle delle Regioni che, avendo i loro rappresentanti nel Senato, acquistano centralità nell’ordinamento in quanto per la parte che le riguarda legiferano alla pari con la Camera.

Più partecipazione e poteri al “popolo sovrano”. La riforma abbassa il quorum per i referendum abrogativi e introduce nella Costituzione i referendum propositivi e di indirizzo. Molto importante è l’aver stabilito in Costituzione termini certi per l’esame dei progetti di legge di iniziativa popolare che finora sono sempre stati cestinati dal Parlamento. Tutti gli istituti di garanzia della Costituzione vigente sono confermati mentre per l’elezione del Presidente della Repubblica diventeranno indispensabili i voti delle opposizioni diversamente da oggi.

Spiego perché. Chi vince, con lItalicum, prende 340 deputati; a questi aggiungiamo, nel caso fosse il Pd, circa 50 Senatori nella ipotesi più favorevole come l’attuale nella quale il Pd governa 17 Regioni su 20; totale 390 deputati. Per eleggere il Presidente della Repubblica la maggioranza è di tre quinti dei votanti; per eleggere un giudice costituzionale i tre quinti dei componenti, per cui diventano indispensabili i voti dell’opposizione: ammesso che votino tutti i 730 e che il partito che ha vinto sia compatto ci vogliono 438 voti per il Presidente e 378 per il giudice costituzionale alla Camera e 60 al Senato. Dunque mancano 50 voti per eleggere il Presidente e 40 per il giudice Costituzionale. Spero di aver dimostrato che è sbagliato affermare che chi vince si prende le cariche di garanzia.

Significativo è pure lo sforzo per ridurre alcuni costi della politica: 220 parlamentari in meno (i senatori sono anche consiglieri regionali o sindaci, per cui la loro indennità resta quella dell’ente che rappresentano; un tetto all’indennità dei consiglieri regionali, parametrata a quella dei sindaci dei capoluoghi di regione; la fusione degli uffici delle due camere e il ruolo unico del personale), l’abolizione del Cnel e delle Province.

L’iter della riforma è durato oltre due anni, con sei letture, tre per ciascuna Camera, quasi seimila votazioni e l’approvazione di oltre cento emendamenti( anche delle opposizioni). Oltre allo stimolo costante del governo, il contributo delle due Camere e di vari gruppi anche di opposizione è stato decisivo e rilevante. Lungi dal tradire la Costituzione, la riforma la attua meglio, raccogliendo le sfide della modernizzazione delle istituzioni per renderle più efficaci, semplici e stabili. Solo così possiamo perseguire i principi della prima parte della nostra Costituzione che devono essere patrimonio comune di tutti gli italiani.

 

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